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Gen 11, 2014 Scritto da 
Storia

Fonti storiche

Non giudichiamo l’importanza dell’Abbazia di sant’Alberto dal poco che avanza della sua mole.

Un “ tornado” non provocherebbe danni maggiori abbattendosi su di una regione.

A prescindere dalle costruzioni recenti, rimangono le tre chiesine fra loro comunicanti, ( per noi oggi un tutt’uno); la torre, un lato del chiostro e qualche rudere di muraglione.

Non s’è mai trattato di un monastero amplissimo , popolato da tanti monaci intenti, tutti alla preghiera e particolarmente chi allo studio,  chi al lavoro , chi al minio, … paragonabile a Bobbio o a Montecassino; ma ebbe tuttavia un suo volto e una sua grandezza degna di essere segnalata nella storia.

L’impressione d’immutabile potenza che dà l’eremo guardato da quel raro osservatorio a fondo valle, cede, una volta entrati, a un doloroso stupore nel constatare che il tempo e l’incuria degli uomini lo avevano quasi completamente votato all’abbandono.

Che cosa sarebbe rimasto di Sant’Alberto senza la fede di un apostolo, don Orione, animatore tra i più efficaci della sua rinascita e collaboratore entusiasta del suo vescovo diocesano?

Tre studiosi principalmente hanno il merito indiscutibile d’aver sottratto all’oblio completo il monastero.

Il canonico Giuseppe Bottazzi con la pubblicazione dei “ Monumenti dell’archivio capitolare” nel 1837, sollevò per primo il velo polveroso e ponderoso che gravava sulla storia dell’abbazia e scoprì dai pochi segni rimessi in luce quale tesoro nascosto si celava tra quelle povere mura sgretolate.

Il suo esempio fu seguito poi con intelletto d’amore dal Conte Antonio Cavagna Sangiuliani, pavese, che tentò una ricostruzione storica nel volume “ Dell’Abbazia di Sant’Alberto di Butrio” stampato a Milano nel 1865. Egli riporta tutti i documenti d’archivio che ha a disposizione.

Il canonico Vincenzo Legè pubblicò a sua volta nel 1901 la monografia “ Sant’Alberto Abate e il suo culto” che riassume gli studi del Sangiuliani e li integra, sfrondandone le inesattezze e aggiungendo i risultati di altre indagini da lui condotte meticolosamente negli archivi della diocesi e altrove con la collaborazione di studiosi eminenti  anche stranieri.

Malgrado tanta passione e tanto zelo, il materiale storico è paurosamente scarso, le fonti a cui attingere sono di un’aridità sconfortante. Basta pensare che dei 1800 volumi di cui la biblioteca  dell’eremo era ancora fornita nei primordi del secolo XIX non è rimasto nulla.

Gli archivi di Tortona e di altre diocesi poco  o niente hanno rivelato e meno ancora daranno forse in seguito, sebbene non si possa escludere il contrario; il caso spesso conduce alle scoperte più sensazionali.

Il tentativo di far rivivere un passato così remoto nell’epoca delle conquiste spaziali è senza dubbio umile e coraggioso.

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